Emozionarsi al tempo delle Emoji


 

 

Le famose “faccine” fanno ormai parte del nostro modo di comunicare. Traducendo gli stati d’animo in icone, sembrano aver ridotto l’universo sentimentale di giovani e adulti a poche limitate emozioni. Ma l’utilizzo delle emoji sta davvero riducendo la nostra Intelligenza Emotiva?

 

 

L’entrata in scena delle emoji ha certamente cambiato il nostro modo di comunicare ed esprimere emozioni.

Oggi difficilmente inviamo messaggi privi di questi simboli in grado arricchire emotivamente e visivamente le nostre conversazioni su smartphone e pc.

 

Per comprendere meglio questa trasformazione, facciamo un passo indietro.

Le emoji sono simboli pittografici nati in Giappone verso la fine degli anni ’90. Le utilizziamo nei nostri messaggi per rappresentare moltissimi aspetti della realtà.

Possono essere considerate l’evoluzione delle più “primitive” emoticonriproduzioni stilizzate delle principali espressioni facciali umane (:-D).

Dai simboli più semplici (✔️), sono arrivate a rappresentare animali (?), cibi (?), moltissimi oggetti (?), fino ad emozioni e stati d’animo (?).

Queste icone fanno parte ormai di un vero e proprio linguaggio in continua espansione.

Se qualche anno fa rappresentavano solo le emozioni primarie (come felicità, rabbia, paura, disgusto…), oggi troviamo simboli sempre più diversificati, complessi ed inclusivi.

Ad esempio, sono state recentemente introdotte icone riferite a numerose etnie e religioni. Senza dimenticarsi delle tematiche “calde”, come la donna che allatta al seno o la pistola ad acqua in sostituzione dell’arma più realistica.

Questi cambiamenti dimostrano la crescente attenzione rivolta ai significati veicolati tramite le nuove tecnologie, entrate ormai a far parte della quotidianità.

 

La possibilità di tradurre velocemente i nostri stati d’animo in immagini può portarci a porre meno attenzione alle diverse sfumature emotive che caratterizzano le situazioni reali.

Questo ci fa pensare ad una comunicazione sempre più lapidaria e superficiale, in grado perfino di sminuire sentimenti e relazioni.

Ma è davvero questo il cambiamento che sta avvenendo attraverso i nostri smartphone?

Non lasciamoci andare a considerazioni troppo superficiali e catastrofiste.

Dobbiamo ricordarci che le emoticon sono state introdotte proprio per sopperire alla mancanza della parte più emotiva ed espressiva negli scambi comunicativi mediante tecnologia.

Nascono proprio da un’esigenza comunicativa: la possibilità di ricevere feedback anche mediante la via “extra-verbale”.

Pensate alla differenza tra tre messaggi apparentemente molto simili:

– Ok.

– Ok. ?

– Ok. ?

Questo semplice esempio mostra l’importanza delle faccine, in grado di arricchire e definire la sfumatura emotiva dei nostri discorsi.

Le emoticon quindi non sono altro che il tentativo di riportare la comunicazione “tecnologica” ad un livello più umano e personalizzabile.

Non avendo davanti il nostro interlocutore, esse svolgono la stessa funzione delle espressioni facciali, permettendoci di comprendere a fondo ciò che l’altro vuole dirci.

La loro mancanza genera incomprensioni, incertezza e, di conseguenza, frustrazione.

La tecnologia non ha azzerato la comunicazione scritta, piuttosto l’ha arricchita, velocizzata e semplificata. Senza intaccare la qualità dei rapporti e la forza dei legami che si sviluppano comunque in presenza dell’altro.

Chi scriveva bene prima, scrive bene tutt’ora. Le competenze linguistiche necessarie a scrivere un testo emozionante non cambiano utilizzando una penna o una tastiera.

La sostanza di un amore non cambia se confessiamo i nostri sentimenti attraverso una lettera scritta a mano o mediante un messaggio whatsapp.

 

 

A prescindere da aspetti positivi o negativi, le nuove generazioni hanno imparato a descrivere le loro emozioni in un modo semplicemente differente rispetto a qualche anno fa.

La desensibilizzazione di cui sentiamo spesso parlare deriva dalla tipologia di contenuti a cui siamo insistentemente esposti, non dai mezzi comunicativi e tecnologici che utilizziamo.

La necessità di educare ai sentimenti pone le sue radici nel particolare contesto storico e culturale in cui viviamo. Incolpare esclusivamente le nuove tecnologie è secondo me sintomo di un punto di vista limitato che non prende abbastanza in considerazione il “fattore umano”.

L’Intelligenza Emotiva (studiata dall’importante psicologo statunitense Golemanrappresenta una competenza anche più importante del Quoziente Intellettivo. Essa infatti comprende capacità oggi indispensabili come la conoscenza di sè, la persistenza e l’empatia.

E’ sulla carenza di queste competenze che si dovrebbe focalizzare l’attenzione. Aiutare i ragazzi nel loro potenziamento porta anche ad una migliore convivenza con gli strumenti tecnologici.

 

Che lo desideriamo o meno, i cambiamenti avvengono.

Sta ad ognuno decidere se fermarsi all’apparenza e lamentarsi o se ampliare il proprio sguardo trovando il modo di convivere positivamente con il futuro.

I sentimenti di nostalgia che si provano pensando ad una lettera scritta a mano sono probabilmente gli stessi che provarono gli amanuensi dopo l’entrata in scena della stampa.

Con il senno di poi… è stata una cattiva idea utilizzare una macchina per dare a tutti la possibilità di leggere? ?

 

 

 

Ecco alcune letture per approfondire l’argomento:

Intelligenza Emotiva di D. Goleman

Costruire l’intelligenza emotiva. Come potenziare l’intelligenza emotiva nei bambini di L. Lantieri e D. Goleman 

 

 


Informazioni su Laura Fasano

Studentessa di Psicologia per il Benessere: Empowerment, Riabilitazione e Tecnologia Positiva. Nel mio blog - Benessere Tecnologico - aiuto le persone a comprendere i cambiamenti apportati dalle Nuove Tecnologie, per valorizzarne le potenzialità ed affrontarne al meglio rischi ed aspetti negativi.

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